Truffe alimentari, il caso Campania secondo Slow Food,
intervista al presidente regionale Nino Pascale
da il MATTINO del 16 luglio 2008
Pomodoro cinese
nella terra del San Marzano, latte tedesco in quella della
bufala, arance libanesi, nocciole turche, olio extravergine
dalla Grecia. E poi le truffe, le certificazioni false, le
inchieste. La Campania e tutte altre regione italiane sono alle
prese con veri e propri paradossi logici ma capaci di incidere
sul mercato e sull’ambiente. Come è possibile? Lo abbiamo
chiesto al presidente di Slow Food Campania, Nino Pascale.
«Siamo da anni in presenza di un fenomeno profondo nel quale i
comportamenti fuorilegge sono una devianza ma non una
contraddizione. Infatti l’obiettivo principale della filiera
agroalimentare, soprattutto della industria di trasformazione, è
quello di abbattere i costi di produzione per essere
competitivi. Chiaro che in una logica in cui si perde spesso di
vista la qualità le scorciatoie costituiscono una tentazione più
facile da percorrere».
Purtroppo la situazione sempre peggiorare di anno in anno. Con
quali conseguenze?
«La prima, più
evidente, è l’abbassamento del reddito delle campagne. Lo
abbiamo visto ad esempio con l’uva da vino, arrivata a costi
talmente bassi da non rendere più conveniente neanche la
vendemmia».
Infatti
per questi molti hanno poi deciso di trasformarsi in
imbottigliatori.
«Esatto. Se si
vuole presentare sul mercato un cibo sempre meno costoso le
conseguenze sono queste».
Questa
è la tendenza, che sarà accentuata anche dalla fine degli aiuti
comunitari. Ma con quali conseguenze?
«Alcune molto
gravi e le stiamo verificando: il cibo viaggia in tutto il mondo
su distanze ormai non più sostenibili con gravi danni ambientali
e contro ogni logica agricola e di sapore. Sembra di risparmiare
ma complessivamente è la comunità del suo insieme a sostenere il
peso di questo impatto con evidenti riflessi economici
negativi».
Qual è
l’alternativa?
«Sicuramente la
riscoperta del circuito dell’economia locale cambiando mentalità
negli acquisti e al ristorante. Bisogna comprare cibo del
territorio sostenendo in tal mondo l’agricoltura locale e
abbassando i costi ambientali. Nei paesi nordici da tempo sono
in piena attività i farmer markets e qualcosa di simile sta
avvenendo anche da noi dopo la scomparsa nelle grandi città dei
mercatini rionali».
L’obiezione a questa ricetta è: a volte proprio i cibi locali
sono quelli che costano di più e la gente deve fare i conti con
una difficile crisi economica sempre più pesante.
«Non è sempre vero. Il problema è far entrare nella testa di
tutti noi la nuova disciplina degli acquisti, tornare a seguire
la stagionalità dei prodotti, non pensare di ridurre
all’infinito la spesa alimentare per poi dirottare i nostri
soldi su altre merci sicuramente meno importanti. Non è strano
che poniamo tanta attenzione a quello che ci mettiamo addosso ma
quasi non pensiamo a quello che mettiamo dentro il nostro
corpo?»
Un
comportamento virtuale rende inutili le truffe?
«Queste
esisteranno sempre, ma può contribuire senz’altro a renderne
inutili alcune molto dannose per la nostra salute e,
soprattutto, a evitare l’abbandono dei terreni delle zone
interne con gravi conseguenze. In realtà tutto quello che ci
sembra di risparmiare lo paghiamo di più sotto forma collettiva
quando ci sono disastri ambientali e poi di immagine come è
accaduto con la diossina».
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