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La dea bottiglia. Racconti di assetati e bevitori
Bra (CN), 2008, Slow Food Editore, pp. 214, collana
asSaggi
«Ogni volta si esce, si cammina, si arriva e si stappano
nuove bottiglie […] i reduci si trovano alle 8 di
mattina nella pasticceria più famosa del paese.i reduci
fanno colazione con un corroborante zabaione al
Barbaresco. Ma rimane un ultimo, piccolo languorino.
Come se la notte passata dovesse ancora arrivare» (Luca
Morino, “Il barbaresco non passa” in La dea bottiglia)
Lo si può bere tutto d’un sorso o degustare secondo i
canoni classici. Sto parlando di una delle ultime
pubblicazioni di Slow Food Editore: La dea bottiglia.
L’opera curata da Giovanni Ruffa è un’antologia di 30
racconti, riflessioni, pensieri, memorie e voli
pindarici che partono tutti dalla volontà di raccontare
la propria storia. Sì, perché La dea bottiglia non è un
trattato sui vini ma, come per la madeleine di Proust,
qui il bicchiere diventa solo lo specchio attraverso il
quale si disegna l’immagine sociale ed antropologica del
narratore. Senza, però, mai scadere nel voyeurismo. Il
titolo, una doverosa citazione del Pantagruel di
Rabelais, ben rende il pensiero che avvolge il lettore
dalla prima all’ultima pagina. È un libro che fa venire
sete, e non solo di cultura. E riesce a farci persino
sentire l’odore dei vini, ottimi, mediocri o scadenti di
cui narra, fino a farci scoprire quale sia il “miglior
vino del mondo”, almeno secondo Hugh Johnson.
E
non sono solo i vini i protagonisti di questo volume.
Come in un racconto religioso si parte, infatti, dal
principio: l’acqua, sebbene secondo mio nonno serva solo
per «infradiciare i bastimenti a mare». C’è spazio, poi,
persino per la Coca Cola, il cui elogio è affidato a
un’artista del calibro di Alessandro Baricco. Passando
per le “alcolbiografie” ed i “riti di assaggio”, si
giunge, infine, ai superalcolici. Beninteso, (quasi) mai
traspare un elogio seppur velato all’ubriacatura bensì
ogni flusso di pensieri coinvolge il lettore
nell’ebbrezza del conoscere cosa c’è dentro (e dietro)
il celebre bicchiere. Rischiando a volte di essere anche
troppo slow, come confessa la “lettera di Nando”
raccontata da Alessandro Monchiero.
Ciascuno potrà costruire tra le pagine de La dea
bottiglia il proprio personale percorso e ritroverà quel
linguaggio universale delle emozioni che non conosce i
confini di Stati e Regioni. Lungi da me, però, affermare
che nel libro si giunga alla conclusione che ogni mondo
è paese: è l’esatto contrario! Ogni paese ha il suo
mondo nel quale poter immergersi attraverso il viaggio
fisico o il turismo della fantasia, come ci permettono
di fare le stupende storie autobiografiche di Alessandro
Marenco, John Irving e Paola Nano.
L’ultima parola del libro è affidata, come in un cammino
iniziatico, ad «una bottiglia vuota, ma con il tappo ben
avvitato» dove resta imprigionata – non potrebbe esserci
conclusione migliore – la Sibilla Cumana.
Antonio Puzzi
24/11/2008 |