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VICATIM -
Viaggio culturale tra i Trebulani - Matese
28-29-30 Novembre 2008
Con un clima non
proprio favorevole, si è concluso il VICATIM - viaggio
culturale ed enogastronomico nell’alto Casertano,
finanziato nell’ambito dell’omonimo PIT “Monti
Trebulani-Matese”. Cinque paesi, Alife, Castel di
Sasso, Letino, Piedimonte Matese e Pontelatone,
per tre giorni hanno fatto da cornice a laboratori
didattici, spettacoli di gruppi Folk e degustazioni, per
promuovere la conoscenza e la valorizzazione di una
delle perle naturalistiche della Campania. In questo
teatro di eventi paralleli, Slow Food Campania,
attraverso degustazioni con finalità educative e
promozionali, ha contribuito a diffondere la filosofia
che il cibo non deve esser solo sano ma avere anche un
sapore storico, culturale e territoriale.
Alife: il Maiale nero
I pensieri, i sapori e
le parole di Slow Food si sono soffermati ad Alife, in
Piazza della Liberazione, per conoscere uno dei più noti
prodotti del territorio campano: il maiale nero.
La razza casertana, detta anche Pelatella, ha origini
antichissime, come testimoniano sculture e affreschi di
epoca romana. Si adatta perfettamente agli ambienti
poveri, in modo particolare alle zone collinari della
provincia di Caserta ed è un animale rustico, capace di
valorizzare alimenti poveri, frugale e precoce. Fino a
qualche anno fa, razze più produttive selezionate per
produrre carni più magre stavano sostituendo
l’allevamento del suino nero casertano, che rischiava,
così, di estinguersi. Grazie anche all’ingresso in campo
di Slow Food, oggi il maiale è ritornato ad essere
sufficientemente allevato, al punto da poter ormai
“camminare da solo”. Grazie alle piccole dimensioni
della popolazione, la variabilità genetica è piuttosto
bassa ed esiste, tra gli allevatori ed i produttori dei
salumi da esso derivati, un rigido disciplinare che ne
tutela le qualità morfologiche, organolettiche e di
salvaguardia dell’ambiente. La carne del suino Nero
Casertano è da tempo stimata per le sue qualità di gusto
e sapore, è ottima consumata fresca, alla griglia, in
forno o trasformata in delizie prelibate: salsicce,
soppressate, ciccioli, capicolli, coppe, lonze, salami e
prosciutti esaltati dalle ricette tradizionali. Il
consumo risulta stagionale, concentrato tradizionalmente
nei periodi delle festività pasquali e natalizie. Il
valore commerciale dei prodotti locali del suino Nero
Casertano è accresciuto, ovviamente dalle virtù
dell’allevamento tradizionale. Come i palati più attenti
sapranno, però, Alife è anche terra di prestigiose
cipolle, le “alifane”, celebrate annualmente da una
sagra e che, in questa tre giorni alla scoperta del
gusto, sono state oggetto di un laboratorio didattico
rivolto ai bambini e ai ragazzi dal titolo “La regina
Cipolla ed i suoi sudditi: i prodotti tipici della
Provincia di Caserta” realizzato a cura di Itinerando
servizi e Mediterraneo sia.
Castel di Sasso: il
Caso Peruto e il Conciato Romano
Il graziosissimo centro
di Castel di Sasso si trova nel cuore dell’area dove si
produce il famoso vitigno Casavecchia, da cui discende
l'antico vino Trebulano ricordato da Plinio. In
particolare la città è sempre stata unanimemente
ricordata come la sentinella dell'antica città osco
romano di Trebula Balinensis (l’attuale Treglia),
proprio a significarne la sua centralità rispetto
all'intera area. Qui, in tre repliche, svoltesi nella
splendida Villa Capitello (XVIII sec.), Armando Palumbo,
Docente Master of Food, ha guidato i curiosi alla
scoperta di due dei formaggi più caratterizzanti di
Terra di Lavoro: il Caso Peruto e il Conciato Romano, il
primo prodotto solo nella zona di Sessa Aurunca e il
secondo solo in quella di Castel di Sasso. Il Caso
Peruto, il quale nome sta per “vizzo, aggrizzito”, è
prodotto con latte di capra o pecora, conciato ed
aromatizzato alla tradizionale erba “pimpinella” (timo),
e richiede una stagionatura di 10-12 mesi in cantina,
dove viene periodicamente bagnato da aceto. La forma
variabile, dal cilindro al rotondo con un peso che non
supera generalmente i 4 etti, ha crosta e pasta di
colore grigio con odore fortemente aromatico e dal gusto
piccante. C’è chi sostiene, invece, che il Conciato
Romano, sia il più antico formaggio italico e che
risalga ai Sanniti. È sopravvissuto al rischio di
estinzione grazie agli sforzi di pochissimo produttori
del solo Comune di Castel di Sasso, che hanno recuperato
una tradizione che si tramanda da tempo immemorabile.
L’origine del nome “romano” è poco chiara, mentre il
termine “conciato” si riferisce alla particolare tecnica
di lavaggio e di conciatura delle caciotte. Prodotto
anch’esso prodotto con latte di capra o pecora, una
volta salate e asciugate, le formette vengono lavate con
l’acqua di cottura di una particolare pasta fatta in
casa, le pettole, e successivamente stipate in anfore di
terracotta. Per la sua singolarità e per il suo forte
legame con la tradizione e l’identità culturale del
Comune dove viene prodotto, il Conciato Romano ha
ottenuto il contrassegno “Presidio Slow Food” in
etichetta.
Letino: i Caciocavalli
In Piazza della
Repubblica, Rino Sivestri, Docente Master of Food, ha
guidato i degustatori alla scoperta dei Caciocavalli del
Matese. Il Nome "caciocavallo" deriva molto
probabilmente dalla consuetudine di appendere le forme
di formaggio, in coppie, a cavallo di pertiche di legno,
disposte in prossimità di focolari. Il primo autore che
descrive la tecnica usata dai greci nella preparazione
del cacio è Ippocrate nel 500 a. C. In particolare,
Plinio esalta le qualità del "butirro", antenato del
caciocavallo, definito "cibo delicatissimo". Questo
particolare formaggio, stagionato oltre 6 mesi, è a
pasta filata, semiduro, con una forma generalmente
sferica ed è prodotto con latte di vacca di diverse
razze, tra cui la podolica, una tipica razza autoctona
delle aree interne della Campania. Il sapore è
inizialmente dolce fino a divenire piccante a
stagionatura avanzata.
Piedimonte Matese: L’
Olio extravergine
Nella centrale Piazza
Roma di Piedimonte Matese, Sabatino Santacroce,
Fiduciario di Caserta, ha guidato il pubblico alla
scoperta degli oli extravergine prodotti nel territorio
dell’Alto Casertano. Alle pendici del massiccio montuoso
del Matese, attraversando i Comuni di Piedimonte Matese
e Sant’Angelo d’Alife, è presente la varietà dell’oliva
Tonda. Ci troviamo alle porte del Parco regionale del
Matese, in uno degli scenari più accattivanti della
provincia di Caserta. L’olivicoltura qui è una
tradizione radicata, millenaria, che deriva dalla tempra
delle forti popolazioni sannitiche. La fecondità delle
colline ha permesso all’olio extravergine Terre del
Matese di candidarsi al riconoscimento della Dop, la
terza in Alto Casertano. L’olio è ottenuto dalla
trasformazione della varietà Tonda e delle due varietà
del Frantoio e del Leccino. Si apprezza soprattutto per
il profumo fruttato, il sapore vellutato e armonico con
chiari sentori di mela. Perfetto l’abbinamento su pane
cotto e fagioli, come vuole la tradizione contadina. Le
particolari condizioni ambientali, climatiche e
strutturali del territorio, associate ad una
coltivazione e trasformazione ottimali, riescono a
conferire all’olio caratteristiche organolettiche
davvero uniche.
Pontelatone: i vini
Aglianico, Casavecchia e Pallagrello Nero
A Pontelatone i
protagonisti delle degustazioni guidate da Erasmo
Timoteo, fiduciario di Benevento, e Alberto Capasso,
docente del Master of Food, sono stati i vini Aglianico,
Casavecchia e Pallagrello. L’obiettivo delle
degustazioni, oltre che invitare i degustatori a
conoscere e distinguere le varie qualità organolettiche
di questi rossi, ancora sottovalutati e poco diffusi, è
stato anche quello di approfondire le conoscenze sulle
potenzialità evolutive di questi vitigni che nel
casertano hanno trovato territori d'elezione.
L’Aglianico è un vitigno rosso antichissimo,
probabilmente originario della
Grecia
e introdotto in Italia intorno al VII-VI secolo a.c. Si
presenta di colore rosso rubino più o meno intenso o
granato vivace. Sapore asciutto, sapido, equilibrato, da
giovane tannico, che migliora dopo un adeguato
invecchiamento in botte di rovere grazie alla elevata
gradazione alcoolica e per il buon livello di acidità
totale, assumendo un caratteristico sapore di liquerizia.
Esclusivamente per la vinificazione, con le uve
Aglianico si producono: Docg Taurasi (min. 85%), DOC
Falerno del Massico Rosso (60-80%), Doc Galluccio Rosso
(min. 70%), DOC Aglianico del Taburno Rosso (min. 85%),
Doc Sant'Agata dei Goti Rosso (40-60%), DOC Guardia
Sanframondi o Guardiolo Aglianico (min.90%). Non ci
sono, invece, conoscenze certe sull'origine del
Casavecchia; esiste solo una leggenda tramandata tra i
contadini che ne fa risalire la scoperta in un vecchio
rudere “a casa vecchia”. Lì fu rinvenuto agli inizi del
'900 un vecchio ceppo di circa 1 metro di diametro
sopravvissuto alle epidemie di oidio e fillossera
dell'800. Il Casavecchia è un vitigno molto vigoroso ma
di scarsa produzione. Il vino ha un bel colore rubino
con unghia violacea. Ha sentori di sottobosco, prugna,
ciliegia, erba e spezie. Ha buone capacità di
invecchiamento, rinforzate dal passaggio in legno; tutti
i vini degustati lo hanno fatto, anche se in maniera
diversa come tempi e tipologia di legni utilizzati. Dal
2002 è stato riconosciuto nel disciplinare della Igt del
Volturno. Molto più antico e conosciuto è, infine, il
Pallagrello Nero, la cui provenienza risale
presumibilmente all'antica Grecia. Fu un vino molto
apprezzato da Ferdinando IV di Borbone che gli riservò
un posto nella sua Vigna del Ventaglio,
preferendolo ai vini del Vesuvio: divenne il vino del Re
. Si racconta che questo vino gli piacesse al punto di
vietare il passaggio in una vigna situata in località
Ponticello nella cittadina di Piedimonte Matese dove
aveva fatto impiantare questo vitigno. Il Pallagrello è
molto diffuso nella provincia di Caserta e maggiormente
nelle zone di Caiazzo, Castel Campagnano e Castel di
Sasso. Fino a poco tempo fa veniva scambiato con un
altro vitigno, il Coda di Volpe, e solo recenti studi ne
hanno sancito la definitiva differenza.
Laura Capurso
08/12/2008 |