Il nuovo marketing agroalimentare
in soccorso delle campagne italiane
Le grandi industrie alimentari ci hanno abituati nel corso dei decenni a riconoscere la loro qualità grazie a sensazionali campagne di marketing.
Mulini dal romantico sapore ottocentesco tra le dorate colline toscane e intere famiglie dedite da generazioni a curatissime produzioni artigianali, sono alcune delle leve comunicative che hanno forgiato la nostra idea del made in Italy per tutti.
In questi ultimi anni, la risposta ai nuovi bisogni del palato economico è stata la riscoperta di valori come genuinità, tradizione, tipicità, territorio, sostenibilità, che ci parlano tra il primo e il secondo tempo di un film e campeggiano a grandi dimensioni dal guardrail delle autostrade.
Di fronte a questo massiccio “ritorno alla terra” ci aspetteremmo di incontrare campagne coltivate in ogni dove, contadini soddisfatti per la genuinità dei loro raccolti e per il riconoscimento, anche economico, che concede loro il giusto benessere, e soprattutto giovani a frotte che con nuova energia e conoscenze popolano le aree rurali del Paese.
Purtroppo non è così: il latte continua ad essere pagato 27 centesimi al litro, le arance 6 centesimi al Kg, gli addetti del settore agricolo continuano a scendere di numero e crescere in età media.
Parole e immagini che rischiano di diventare vuote, slogan non sorretti da fatti comprovati; con doppia beffa, sia per il consumatore, frastornato di fronte a ciò che dovrebbe essere più buono ma non lo è, che per il produttore deluso, che non trova il giovamento promesso.
L’ultima novità in questo senso è il McItaly, il nuovo arrivato nella famiglia degli archi d’oro che promette il gusto inconfondibile di McDonald’s, accompagnato dagli ingredienti tipici della nostra tradizione, e una boccata di ossigeno per l’agricoltura in ginocchio.
Una globalizzazione del gusto definita da Matthew Fort, editorialista del Guardian, “mostruoso atto di tradimento nazionale”, promozione di una identità gustativa italiana che in realtà non esiste, che omologa e impoverisce le migliaia di identità che vivono e sono praticate ogni giorno nelle tavole degli italiani. Ma che raccoglie (a nostro avviso senza giustificazione) l’inedito patrocinio del Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali.
Questa operazione a noi non sembra altro che una standardizzazione produttiva imposta a contadini già sviliti, storicamente mai pagati così poco, tanto che in molti casi non rientrano neanche dei costi di produzione. Se il McItaly fosse soltanto una nuova via per sfruttarli, pagandoli poco e uniformando le differenze, non sarebbe il contributo all’agricoltura italiana che dichiara di essere.
03/02/2010
Elisa Virgillito