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Conoscendo le comunità del cibo della Campania
Irpinia, Terra di lavoro, terra di canti (parte
prima)
Lavoro e protesta
I
canti di lavoro raccolti in Irpinia sono, per la maggior
parte, canti di protesta. Quella protesta, ironica e
amara, spesso satirica, che, per secoli, è stata
“cantata” lungo tutta la dorsale appenninica per
esprimere una condizione di forte disagio, per
denunciare la contrapposizione, sempre stridente, tra
lavoratore e padrone, tra chi era costretto a lottare
per la sopravvivenza e chi badava esclusivamente al
proprio arricchimento.
Cala, cala sole
ch’agge avùte male
patròne:
m’have rate poche pane,
cale sole me face fame.
E lu sole m’ha fatte
zenna
m’ha ditte vatténne
m’ha ditte vatténne.
E lu sole m’ha zenniàte
m’ha ditte vatténne
ca so’ calàte.1
L’invocazione al sole e le ragioni che l’hanno
provocata, contenute nei primi versi di questo canto,
raccolto anche da Fedele Giorgio, a Sant’Andrea di Conza,
nel volume “L’arco della terra”, fotografano in pieno la
condizione che, specialmente in agricoltura, è stata
sempre alla base del rapporto “proprietario-bracciante”.
Le popolazioni irpine, seppure in maniera più marcata
nella parte orientale, a cavallo della Daunia, e
nell’area che segna il confine con la Lucania, sono
state sempre fortemente coinvolte in questa “protesta”.
Protesta che è denuncia delle condizioni di vita, che è
rabbia e consapevolezza della propria sorte.
I
testi dei canti, ovviamente, non hanno una peculiarità
esclusivamente locale e autoctona, ma risentono di
relazioni, di influenze, di scambi che hanno
caratterizzato, nel tempo, le trame della storia e la
civiltà millenaria di questa terra. Prima i pastori,
lungo le vie della transumanza, e poi i braccianti
agricoli, per la mietitura ed altri lavori, si sono
incontrati, nelle assolate pianure della Puglia (e non
solo) con abruzzesi, molisani, sanniti, lucani.
Tutti insieme hanno lavorato alle dipendenze di un
padrone. E hanno cantato, per esaltare la potenza
dell’amore, per schernire, per maledire. Ognuno ha fatto
sfoggio delle proprie conoscenze, ha recitato i suoi
proverbi, ha utilizzato parole e ritmi dei suoi canti.
Quando poi sono tornati ai luoghi di origine, hanno
trasmesso quanto appreso; hanno “riciclato” i versi, per
adeguarli alla loro realtà, hanno inserito il nome dei
loro luoghi al posto degli altri.
È
rimasto, comunque, sempre intatto lo spirito che li ha
generati. E così, anche in Irpinia, come in Lucania o in
Abruzzo, troviamo molte proteste presentate attraverso
le abitudini o i difetti degli animali, compagni di
lavoro nei campi, specialmente per l’aratura o per il
trasporto. Molto nota quella affidata al comportamento
di un bue che, durante le maggesi conosce perfettamente
l’ora giusta per iniziare o per terminare il lavoro. Un
bue, di nome Muriello2, capace, con i suoi
gesti, di suggerire le regole giuste da seguire. Anche
in questo canto è ancora il sole il punto di
riferimento. E c’è, sullo sfondo, un paese, che si
chiama Castello, sicuramente in collina, dietro il quale
il sole va a posizionarsi prima di tramontare.
Tengo ‘nu vove si
chiama Muriello
ca se n’addòna a ru
scapulà;
quanno lu sole staje
‘ngimma Castiello
Muriello mio nun vole
chiù arà.
E quann’arriva a la
cacchiavòta
Muriello mije la face
la cota
scòtela sciuvo lu face
scuccuà
a lu cumpagno lu vaje
annascà.
A la matina si nunn’aza
lu sole
Muriello mije arà nun
vole
e quanne le metto ru
fieno e la vena
re la prescezza la raje
la mena.
E quanno sona lu
miezzijuorne
Muriello mijo se vota
attuorne
scòtela corne ra qua e
ra dà
e a la muréscia se vaje a ‘mpuntà3.
Note
1
Tramonta, tramonta o
sole/ ho avuto cattivo padrone:/ m’ha dato poco pane,/
tramonta sole perché ho fame//. E il sole m’ha fatto un
cenno:/ mi ha detto vattene/ mi ha detto vattene./ E il
sole mi ha segnalato:/ mi ha detto vattene/ che son
tramontato//.
2
citato da Angelo
Raffaele Salvante, nella sua raccolta “Calitri, canti
popolari” (1983), col nome di “Rusiello”, ma anche “Rosello”,
nella “Raccolta di canti popolari italiani” a cura di
Giusepe Vettori.
3
Tengo un bue si chiama
Morello/ che conosce l’ora di togliersi il “groppo”;/
quando il sole sta sopra Castello/ Morello mio non vuole
più arare//. E quando arriva alla giravolta/ Morello mio
fa gli escrementi/ e scuote il giogo e lo fa schioccare/
il compagno va ad annusare//. Al mattino se non si alza
il sole/ Morello mio arare non vuole/ e quando gli metto
il fieno e l’avena/ dalla gioia mi sta sempre vicino//.
E quando suona il mezzogiorno/ Morello mio si gira
intorno/ scuote le corna di qua e di là/ e all’ombra si
va a fermare//.
05/02/2009
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