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riappropriamoci della terra, la valle dell’Ufita tra cemento e catrame

 

Percorrendo la strada del fondo Valle Ufita, che collega la contrada di Sferracavallo nel territorio del Comune di Vallata e l’area industriale di Valle Ufita nel territorio di Flumeri, terre di caciocavalli e carne bovina, sembra di percorrere una lunga striscia di catrame di un anonimo quartiere industriale.

 

Cemento, ferro e catrame prevalgono ormai sui campi e, quindi, sui suoli pronti a simboleggiare il cambio delle stagioni. La strada del fondo Valle Ufita è da sempre stata incrocio di culture, di comunicazione e di commercio. Ha rappresentato, anche in un passato recente, una fiorente e forte produttrice di economia legata all’artigianalità agricola, alla lavorazione della terracotta, alla coltivazione dei legumi e dei cereali, all’allevamento del bestiame. Una cultura economica basata sui tempi giusti delle stagioni e della Terra, un’economia che per le comunità di Vallata, Carife, Frigento, Sturno, Flumeri, Castel Baronia e Grottaminarda ha sempre rappresentato prosperità e virtuosità. Bene ha fatto la Comunità Europea a favorire la conversione della coltura del tabacco, che in Valle Ufita abbondava, ma mai ci aspettavamo che al suo posto si sarebbe arrivati al grigio del cemento e al nero del catrame. Ettari ed ettari di Terra tolti all’agricoltura, eppure in cambio non si riesce a fronteggiare la crisi dei posti di lavoro. Ettari ed ettari di Terra, eppure in cambio i giovani e le famiglie non restano in Valle Ufita.

 

Un ultimo censimento effettuato dalla Comunità Montana zona Ufita evidenzia come, in media, negli ultimi dieci anni, fra i comuni che si affacciano sulla Valle, ben il  15%  della popolazione (circa 3.000 persone, l’equivalente di un paese) è emigrato. Prima con un ettaro di terreno “campava” una famiglia, oggi con un posto di lavoro nelle nuove fabbriche della Valle dell’Ufita stenta anche il singolo lavoratore. Allora, l’esigenza è forte: è necessario rivedere i nostri modi di vivere? Fare autocritica della nostra società? Rivalutare il ruolo della politica? Non sarebbe stato meglio che dopo il tabacco, sugli ettari nei quali ora regnano catrame e cemento, ci fossero stati i legumi, gli ortaggi, il bestiame e sulle colline le piante di olivo e le patate assieme all’aglio, oltre ad agriturismi, edifici costruiti con le tecnologie della bioedilizia e pensati per un risparmio energetico, fattorie didattiche e punti di vendita e incontro fra produttori e consumatori (a noi di Slow Food piace definirli “co-produttori”) in cui si stabiliva un patto e si riconosceva la sovranità dell’alimentazione e del cibo? È così impossibile una società che fonda i suoi principi economici, di bisogno e di crescita culturale sulle comunità agricole e i suoi principi di consumo attraverso l’energia alternativa legata alle risorse rinnovabili?

 

Da dove cominciare, dunque? Secondo noi, è necessario partire da una politica di territorio che tenga conto delle vere esigenze del popolo e che non porti emulazioni distorte di altri luoghi e ancora che non baratti buone pratiche svolte in altri posti per poi proporle sul nostro territorio. Iniziamo a parlare di Terra, per la Terra e con la Terra. Impariamo a conoscerla come una grande risorsa di tutti, ricominciamo a lavorarla e a trarne le maggiori virtù. Basta cemento, catrame, polistirolo espanso: utilizziamo il legno, la pietra, l’argilla cotta, il sole per riscaldarci e per produrre energia, il vento per alimentare tutti i marchingegni elettronici, gli alberi per proteggerci dal vento, le siepi per dare un rifugio a tutti gli abitanti del suolo. Ridiamo lustro alla nostra civiltà contadina, alla biodiversità dei nostri campi che sono l’unica risorsa che abbiamo.

 

Su La Repubblica del 5 ottobre 2008, Carlo Petrini, Presidente di Slow Food scrive: “[…]lasciate stare i suoli agricoli, sono un risorsa insostituibile, pulita, bella e produttiva. Sono il luogo che ci fa respirare, che riempie gli occhi, che ci dà da mangiare e che custodisce la nostra memoria, la nostra identità”.

 

 

Condotta Slow Food Baronia e Valle Ufita

18/01/2009

 
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