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Conoscendo le Comunità del cibo della Campania… il
“mangiare di una volta” in Vallesaccarda e nella Baronia
«Anche vicino Nusco, e
sul dorso dell’Appennini è situata la Città di Trivico(*),
che appartiene alla famiglia Loffredo. Conferisce molto
il clima di questo luogo all’ingrasso degli animali
porcini, ed alla salata delle loro carni, per cui da qui
si hanno ottimi salami di ogni sorta, e particolarmente
riescono di comune soddisfazione li prosciutti[…]»
Vincenzo Corrado
Notiziario delle Produzioni particolari del Regno di
Napoli nel 1792
Slow Food Editore, 2005
Se si parla del modo di nutrirsi dei nostri antenati, è
opportuno iniziare dall’alimento base: il pane. E il
pane si faceva rigorosamente in casa!
In ogni borgata esisteva infatti un forno, il quale non
era mai padronale. Tutte le famiglie si scambiavano
vicendevolmente il lievito naturale (lu cr’scend’) per
renderlo più morbido e farlo durare più a lungo, dato
che il turno per l’utilizzo del forno era basato su una
griglia di otto giorni. Insieme alla farina, si
bollivano per l’impasto le patate, sfarinate all’uopo
con uno schiacciapatate. Anche quando il pane era troppo
duro, tanto da non riuscire a mangiarlo, non si gettava
ma veniva utilizzato per il pancotto, accompagnato
dall’uovo o dai broccoli. Sin da piccoli, si veniva
educati al rispetto per il pane. Se per caso ne cadesse
in terra un pezzo, lo si baciava, lo si ripuliva “alla
bell’e meglio” e si mangiava. In fondo, come si dice
dalle nostre parti, “si facevano gli anticorpi”!
Non tutti potevano mangiare il pane bianco fatto con la
farina di grano. La maggior parte dei Vallesaccardesi
doveva, infatti, accontentarsi del parruozzo, fatto con
la farina di granturco mescolata ad un pizzico di farina
di grano, insieme ad altri pochi aromi e spezie, tra cui
i semi del finocchietto selvatico, per renderlo più
gradevole.
Il perciatiello era, invece, un pane azzimo dei forni di
Pasqua. Aveva la forma di una pagnotta tonda che veniva
indorata con il tuorlo d’uovo. Sulla sua sommità
troneggiava un altro uovo intero che diventava sodo con
la cottura al forno. La mattina di Pasqua, il Parroco,
nel benedire le abitazioni, cospargeva di acqua santa
tutte le vivande per il pranzo pasquale, compreso il
perciatiello, il quale sarebbe stato poi mangiato a
tavola con la mano posta “a coppa” sotto il mento, per
non farne cadere alcuna briciola, al pari di un’ostia.
La gastronomia antica è costituita da una serie notevole
di piatti, soprattutto di primi. Legumi, verdure e
farinacei erano le sue basi. La carne veniva, infatti,
consumata rarissimamente per motivi economici, cosicché
le proteine erano assunte grazie ai legumi, “la carne
dei poveri”, specialmente i fagioli. Molti piatti non
erano mangiati per gusto, ma per necessità. Durante
tutto l’anno, si faceva molto uso delle verdure, perché
recuperate andando in giro, specialmente lungo i
tratturi di norma molto larghi. Ad ogni modo,
l’alimentazione era strettamente legata ai tempi giacché
nulla poteva essere conservato a lungo termine.
La “minestra maritata” irpina differisce da quella
napoletana per motivi climatici perché a Napoli, grazie
al clima mite, erano reperibili molte più varietà di
verdure, anche nei mesi invernali e, oltretutto, si
usavano anche più tipi di carni. Tutti sanno, infatti,
che l’Irpinia è posizionata a circa ottocento metri sul
livello del mare ed è questo il motivo per cui, durante
l’inverno, dopo i primi ghiacci e le prime nevicate, si
ritrovava soltanto la verza. La nostra minestra maritata
era cucinata, così, con le parti vili del maiale (piedi,
orecchie, muso, guanciale) conservate sotto sale o
l’osso di prosciutto ed era sempre accompagnata,
d’inverno, dalla “pizza di granturco”. Quest’ultima era
cotta in un recipiente di terracotta, chiamato “chiy’ngh’”,
il quale era posato su di un letto di brace e con un
coperchio, sempre in terracotta, anch’esso coperto di
brace, tale da formare un piccolo forno. Per non far
bruciacchiare la crosta di sopra, poi, si adoperavano le
foglie di castagno o quelle più larghe della verza.
Sugna e lardo erano i condimenti più usuali. Il maiale
era, infatti, allevato soprattutto per i condimenti. È
ovvio che non ci fosse il problema delle calorie, in
quanto con l’aiuto della zappa i nostri antenati
smaltivano tutto quanto avessero acquisito: avete mai
notato delle fotografie con personaggi ben in carne? Le
parti più pregiate, invece, ossia i prosciutti e i
capicolli venivano solitamente venduti, perché con i
soldi si comprava il maialino da allevare per anno
successivo.
Superato l’inverno, con l’arrivo della primavera, era
possibile avere una maggiore presenza di verdure
spontanee, quali la cicoria, la scarola, la borragine, i
sivoni, le làss’n’, li mustazz’ r’ crapa, che sono gli
ingredienti della “minestra acchiatizza”. I poveri
potevano contare sulla natura fino alla mietitura.
Quando seccava il grano, infatti, seccavano pure tutte
le verdure e la loro alimentazione entrava in crisi. Nel
frattempo, tuttavia, crescevano le piante di zucca ed
era possibile “tirare a campare” con i talli di cocuzza
fino a fine settembre.
I
legumi si cucinavano in vari modi: a zuppa, con le
lagane, con la pasta a tubetti e misti a verdure. Nel
periodo compreso tra maggio e luglio, i legumi si
mangiavano freschi, mentre per tutto il resto dell’anno
si utilizzavano i legumi secchi, i quali erano messi a
bagno in acqua la sera precedente.
La pasta è sempre stata il piatto più gradito,
specialmente dai più piccoli. Ogni famiglia aveva sempre
disponibile il sacco della farina, la spianatoia (lu
tumpagn’) e il matterello (lu lah’natur’) per fare la
pasta in casa. La pasta comprata era un lusso di cui
quasi nessuno disponeva; l’eccezione era fatta nel
giorno delle nozze quando, per solennizzare
l’avvenimento, si mangiavano li ziti al ragù. La pasta
più comune e maggiormente realizzata nella casa
contadina erano i tr’hill’, ovvero i cavatelli, mentre
nei giorni di festa si preparavano orecchiette, fusilli,
laccettini, capisciole, vash’nell’, tacculecchie (rombi)
e nocchette. Molto spesso la pasta era condita con un
sugo al pomodoro e, più raramente, con il ragù, laddove
ci fosse disponibilità di carne. Anche in questo caso,
tuttavia, l’attenzione al piatto era massima: il tipo di
pasta veniva selezionato in base al tipo di carne. Il
ragù con la carne di coniglio si abbinava ai tr’hill’,
quello con l’agnello ai fusilli, il ragù con la carne di
maiale ai laccettinii e quello con il pollo alle
orecchiette. Nessuno adoperava, però, la carne di
vitello: i vitelli venivano, infatti, allevati per
essere venduti. La carne che si mangiava più
frequentemente era quella degli animali da cortile. Ogni
basso, detto suttan’, aveva sempre il foro attraverso
cui potevano entrare ed uscire i polli e i conigli. Si
utilizzava tutto, comprese le testine, le zampe e il
sangue, il quale era sempre raccolto per trasformarlo in
lu sangh’tieddr’ un misto di cipolla, peperoni secchi,
soprattutto piccanti e, ovviamente, sangue di maiale.
A
conclusione di questo itinerario delle tradizioni
alimentari contadine dell’Irpinia, vanno ricordati
almeno due piatti tipici che appartengono quasi
solamente a Vallesaccarda e a rarissimi altri paesi
dell’area. Si tratta dei frivoli e dei trih’ll’ con le
noci.
I
frivoli sono quei grumi che si formano spruzzando con un
mantice di saggina la farina di grano. Tali grumi
venivano cotti in un brodetto fatto con la racciata (il
battuto) di lardo, aggiungendo un po’ di prezzemolo e le
scorzette di formaggio. È chiaro che si tratta di un
piatto che ha sicuramente preceduto la creazione della
pasta e, quindi, andando a ritroso nel tempo, lo si può
tranquillamente datare almeno al Medioevo.
I
tr’hill’con le noci sono, invece, un tipico esempio di
capacità inventiva. Premettendo che l’olio d'oliva era
molto prezioso, al punto che la bottiglia veniva sempre
conservata sottochiave e il suo utilizzo era
centellinato con parsimonia, poteva capitare che in
quelle famiglie tanto povere quanto numerose, venisse a
mancare ogni tipo di condimento. A questo punto, erano
utilizzate le noci, abbondanti nel territorio, proprio
per il vantaggio di essere oleose.
I
poveri, infine, difficilmente potevano soddisfare la
gola con i dolci, ma a Natale tutti si deliziavano con
le zeppole al miele, i susamielli, gli sfringi e i
panzarotti con le castagne.
Nei piccoli ambienti, chiusi alle novità, le tradizioni
si perpetuavano di secolo in secolo. Tutta la zona è,
infatti, uscita dall’isolamento solo con la
realizzazione dell’autostrada. All’esposizione
internazionale di Parigi del 1878 riscosse, però, un
notevole successo il prosciutto di Trevico. Ed è facile
immaginare come alcuni di quei prosciutti inviati nella
capitale francese fossero delle famiglie di
Vallesaccarda. Di tale successo sembra oggi essersi
persa del tutto la memoria.
Slow Food Baronia e Valle Ufita
07/01/2008
(*)Vallesaccarda è
diventato paese autonomo da Trevico nel 1958, quindi,
nella ricerca storica fino a quella data del territorio
di Vallesaccarda si fa riferimento a Trevico. |