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LE
NUOVE FRONTIERE PER UN PAESAGGIO VIVO: IL PARCO
AGRICOLO*
Nicola Sorbo
(fiduciario della condotta Slow Food del Volturno)
La velocità dei processi di trasformazione delle società
e delle economie impone alle comunità locali una sfida
molto complessa: connettersi ai cambiamenti senza
rimanerne travolte. Siamo in presenza di una forte
competizione fra territori che si gioca sul piano
sociale ed economico con gli strumenti della
cooperazione e delle competenze distintive. Solo in
questo modo ci si difende dallo sconvolgimento delle
identità e delle relazioni comunitarie consolidate.
In questo contesto, le comunità poste in territori
marginali sono più a rischio di altre, minacciate
addirittura di estinzione per la scarsa dinamicità
demografica, con popolazione prevalentemente anziana e
incremento naturale e migratorio pressoché inesistente.
I
parchi naturali si trovano spesso in aree di declino
economico e, se da un lato sono risultati decisivi per
la salvaguardia dell’ambiente, non altrettanto lo sono
stati per i processi di sviluppo che pure hanno avviato.
Il problema di fondo sta nel ricostruire un’economia
locale che stenta a ritrovare la trama virtuosa di
relazioni produttive con l’ambiente fisico. La sfida che
nei prossimi anni ci attende è quella di recuperare
questo legame e di ricostruire un’autentica ruralità,
affidata non più solo alla dimensione edonistica dei
parchi naturali ma al recupero di un’attività agricola
che sia espressione vera dell’identità delle comunità
che vi abitano. Da questo punto di vista si registra una
crescente consapevolezza della necessità di preservare
lo spazio rurale e di recuperare un’agricoltura nuova,
multifunzionale, con attori protagonisti di filiere
agroalimentari di qualità, capaci di interloquire col
mondo dei saperi e di svolgere funzioni di presidio
ambientale, di produzione culturale, di offerta
turistica e didattica.
D’altro canto, nuovi allarmanti scenari stanno
dimostrando i limiti delle attuali forme di sviluppo
socio-economico.
L’espansione incontrollata degli agglomerati urbani (sprawling)
sta consumando voracemente i suoli agricoli e rende
sempre più difficili e dispendiose le politiche locali
di mobilità, di efficienza energetica e di inclusione
sociale.
Il vertiginoso aumento della domanda di prodotti
agricoli proveniente da paesi emergenti come India e
Cina ha improvvisamente fatto venir meno una delle
certezze della società del benessere, quella della
disponibilità illimitata di cibo; una situazione che ha
già costretto l’Unione Europea a riconsiderare la sua
politica agricola e ad abolire l’obbligo di lasciare
incolti i terreni (set-aside), riportando a coltura
quasi 2 milioni di ettari di superfici agricole che
altrimenti sarebbero rimaste improduttive.
Anche la qualità dei prodotti alimentari è messa in
crisi da un ambiente sempre più minacciato
dall’inquinamento e da processi di coltivazione,
allevamento e trasformazione orientati essenzialmente
alla quantità e alla “sanità” piuttosto che alla bontà
delle produzioni. Le preoccupazioni dei consumatori
sugli effetti dei cibi transgenici e l’acceso dibattito
sugli OGM testimoniano la crisi di fiducia verso le
multinazionali del settore agroalimentare, sempre più
impegnate in una politica di manipolazione dei prodotti
agricoli, tanto da immettere sul mercato anche piante
sterili per costringere gli agricoltori a comprare ogni
anno i semi (è il caso della Monsanto con una pianta dal
nome emblematico: terminator).
Al di là di visioni allarmistiche o nostalgiche, emerge
sempre più la domanda di un’agricoltura che abbia legami
con la tradizione e che sia “a misura di natura”. In
questo senso i parchi possono svolgere un ruolo
importante purché riconoscano alle attività agricole e
al paesaggio rurale pari dignità rispetto alla
protezione della natura. Il paesaggio, quale risultato
plurisecolare dell’attività dell’uomo, è oggi
considerato un bene culturale e, per la sua valenza
ambientale, produttiva e culturale, è stato indicato nel
Piano Strategico Nazionale 2007-2013 tra gli obiettivi
principali delle politiche di sviluppo rurale. Agli
agricoltori è affidato il delicato compito di custodire
la biodiversità animale e vegetale, anche nelle aree
protette. L’ambiente rurale è anzitutto uno spazio di
vita nel quale la flora, la fauna, gli habitat e le
attività agricole si sono sviluppati in maniera
interdipendente. Nel corso dei secoli si è venuta a
creare una vera e propria simbiosi: il mantenimento di
alcune specie ed alcuni ecosistemi dipende dalla
continuazione di determinate attività agricole, e
l’agricoltura è uno dei primi settori a beneficiare
della diversità biologica.
In una comunicazione dell’anno 2001 della Commissione
Europea sul Piano d’Azione a favore della biodiversità
in agricoltura, si legge: “Il sottoimpiego o l’abbandono
dei terreni agricoli possono avere conseguenze
disastrose per l’intero ambiente naturale circostante.
Nelle regioni montane e in altre zone svantaggiate, tra
cui le zone con scarse precipitazioni e quelle nordiche,
i terreni caratterizzati da grande varietà di piante
superiori e prima utilizzati a fini agricoli si
ricoprono velocemente di boscaglia e arbusti, con
conseguenze negative anche sulle popolazioni di animali
vertebrati e invertebrati”.
Così anche la rete ecologica europea Natura 2000,
realizzata in applicazione delle direttive comunitarie
Habitat e Uccelli, considera l’agricoltura essenziale
per la conservazione della biodiversità. I piani di
gestione infatti, dovranno tener conto, secondo quanto
previsto dal Piano Strategico Nazionale 2007-2013, della
“tutela delle razze e delle specie di interesse agricolo
a rischio di estinzione, anche in considerazione del
fatto che alcuni prodotti di qualità riconosciuti a
livello comunitario sono legati a razze a rischio di
estinzione o a cultivar soggette a erosione genetica, la
cui salvaguardia può consentire, quindi, la
contemporanea valorizzazione delle produzioni locali ad
esse collegate”.
E’ dunque evidente che la permanenza di abitanti
produttori all’interno dei parchi naturali sia di
fondamentale importanza per ricostruire un processo di
sviluppo autosostenibile e assicurare al paesaggio
agrario una effettiva conservazione e valorizzazione.
La rinaturalizzazione di parti del territorio agricolo,
in questo quadro, appare una tendenza da perseguire solo
nell’ambito di una strategia complessiva.
L’incuria e l’abbandono in cui versano gli spazi rurali,
i terrazzamenti, le pertinenze, le alberate, le opere di
regimazione delle acque meteoriche, rappresentano un
degrado da contrastare con una vera e propria opera di
restauro ed eventuale riconversione verso particolari
tipi di colture. Un primo passo in questa direzione
sarebbe da un lato realizzare una mappatura del
territorio cercando di identificarne lo stato attuale,
dall’altro avviare un progetto complessivo che
ridefinisca ambiti, colture e relazioni
socio-economiche. Un progetto di architettura del
paesaggio condotto con criteri innovativi che sia in
grado di coniugare la “geografia” di questi spazi con
l’assetto produttivo, l’ambiente naturale e quello
antropico, ricostruendo quella economia locale fondata
sulla filiera corta della qualità alimentare. E’ questa
la nuova mission dei parchi naturali, quella di
recuperare il paesaggio dell’agricoltura produttiva.
Non è un compito facile in un’economia fortemente
condizionata da logiche industriali, ma la missione non
è impossibile, considerata la crescente consapevolezza
alimentare fra i consumatori. In ogni caso va
riconosciuto che questo modello di agricoltura
“artigianale” fa parte a pieno titolo del sistema
economico e in quanto tale ne subisce conseguenze e
condizionamenti.
Di recente alcuni comuni del Matese come San Potito
Sannitico e Castello del Matese hanno avviato una
riflessione pubblica sul recupero di quegli spazi rurali
tradizionalmente destinati alla produzione alimentare e
che oggi appaiono completamente abbandonati. E’ ancora
vivo il ricordo di produzioni che oggi sarebbero di
sicuro pregio, come le ciliegie e le pere, le patate, le
lenticchie, i fagioli o le cicerchie. L’idea è quella di
avviare un restauro paesaggistico di quelle aree
attraverso la ricostruzione del mosaico produttivo, da
destinare successivamente a parchi agricoli.
L’obiettivo strategico è, invece, quello di
rivitalizzazione un’attività economica condotta in
termini ambientalmente consapevoli ma che superi una
concezione del parco esclusivamente naturalistica. Con
l’istituzione dei parchi agricoli, le comunità locali
avranno necessità di elaborare strategie e strumenti di
politica agraria come, ad esempio, un quadro normativo
che disciplini le modalità di produzione, gli incentivi,
le convenzioni e le norme d’uso di beni collettivi come
gli usi civici per il pascolo o la raccolta dei prodotti
del bosco. Si tratta di una prima pietra volta a
costruire una rete economica che curi anche le altre
fasi della filiera alimentare. Si rendono necessarie
nuove forme di commercializzazione oltre a quelle già
offerte dalle aziende agrituristiche e dalla vendita
diretta, come i “mercatini contadini” e l’ “adozione” di
orti, alberi da frutto, ulivi e capi di bestiame.
Anche i produttori agricoli, in questo contesto,
dovranno compiere uno sforzo creativo per raccogliere le
sfide del mercato. Si renderanno necessarie, ad esempio,
nuove tecniche di produzione meno costose, una minore
intensità e specializzazione produttiva che consenta
loro maggiori margini di flessibilità e di
diversificazione. Quest’ultima potrebbe realizzarsi
attraverso la reintroduzione di produzioni vegetali
dimenticate e di allevamenti di bestiame appartenenti a
razze meno specializzate, a duplice attitudine.
E’ evidente che una strategia di sviluppo rurale così
complessa richiede una solida governance sia di tipo
istituzionale che sociale. Il vero nemico dello sviluppo
rurale nelle aree interne è la burocratizzazione della
natura come delle attività produttive. Gli adempimenti
burocratici in nome della difesa dell’ambiente e delle
norme igienico-sanitarie impongono prescrizioni, oneri
di certificazione e requisiti strutturali che tendono a
trasformarsi in imposizioni vessatorie non congruenti
peraltro con le reali finalità delle norme stesse.
Questo sistema, modellato sulle esigenze delle grandi
aziende, andrebbe modificato per quelle imprese che un
tempo erano definite “familiari”. Non c’è bisogno di
ricorrere a velleità rivoluzionarie, ma sarebbe giusto
aprire una vertenza per affermare il diritto delle
comunità rurali a costruire il proprio futuro. Il
sociologo olandese Jan Dirk Van der Ploeg l’ha già
chiamata resistence paysanne.
*
pubblicato su Urban Node, laboratorio della memoria,
catalogo a cura Monica Carmen e Orlando Lanza (Paesesaggio
workgroup), 2008.
Ufficio Stampa
Condotta Slow Food
Volturno
17/11/2008 |