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La
Condotta Volturno è sorta con l’intento di accompagnare le
imprese diretto-coltivatrici, che ancora caratterizzano
l’economia dell’area e che mantengono un rapporto “sapiente” con
la terra, nei processi innovativi che trovano nei “saperi” e
nelle strategie della new economy una prospettiva di
rilancio produttivo. In sostanza, si tratta di realizzare
iniziative e attività in difesa della biodiversità nel settore
agricolo, al fine di ricostruire un paniere di produzioni
tipiche locali che siano anche espressione di un “mosaico”
paesaggistico caratterizzato da tessere agrarie diversificate.
La Condotta
abbraccia i territori dei comuni di:
Alvignano,
Baia e Latina,
Bellona, Caiazzo,
Castel Campagnano, Castel di
Sasso,
Dragoni,
Formicola, Giano Vetusto,
Liberi, Limatola (BN), Piana di Monte Verna, Pietramelara,
Pontelatone, Riardo, Roccaromana, Rocchetta e Croce e Ruviano.
Pur
caratterizzata da una morfologia differenziata (basso montana,
collinare e pianeggiante), l’area del Medio Volturno si presenta
con una orografia e una maglia idrografica unitarie e trova nel
fiume Volturno un elemento di sintesi che connota l’intero
comprensorio sul piano ambientale, storico-insediativo ed
economico.
L’uso del suolo
agricolo è caratterizzato da differenti tipi di colture. Anche
se in misura non predominante, il vigneto e l’uliveto coprono i
rilievi del Monte Maggiore interessando principalmente l’area di
Caiazzo, Ruviano, Castel Campagnano e Piana di Monte Verna fin
verso i colli Tifatini. Il seminativo asciutto caratterizza
soprattutto le valli di Pietramelara e Riardo, il Monte Maggiore
nelle zone di Baia e Latina, Dragoni, Alvignano, Castel
Campagnano e Ruviano.
Il seminativo
arborato domina le pendici sud-orientali del Monte Maggiore, tra
Alvignano, Caiazzo e Castel Campagnano, fino alla confluenza col
fiume Calore, e a ridosso del versante capuano dei Tifatini e
del Monte Maggiore (Bellona, Triflisco).
L’allevamento
bovino, che ha contraddistinto buona parte del territorio del
Medio Volturno, ha subito negli ultimi anni una forte
contrazione a causa del processo di sanitarizzazione della
produzione lattiero-casearia e delle concentrazioni industriali.
Esso è stato sostituito solo parzialmente da quello ovi-caprino
(sui rilievi del Monte Maggiore), suinicolo (Pontelatone, Castel
di Sasso, Caiazzo, Ruviano e Castel Campagnano) e, soprattutto,
bufalino.
Storicamente,
il territorio del Medio Volturno nel VI secolo a.C. era
presidiato dai Sanniti della tribù Caudina, con recinti
fortificati a Castel Morrone, sul Monte S. Croce (Piana di Monte
Verna), Monte Alifano (Caiazzo), Treglia (Pontelatone), Vairano
e Pietravairano, in buona parte distrutti da Silla durante la
guerra sociale tra il 91 e l’88 a.C.
Il processo di
romanizzazione del Medio Volturno è effetto non solo delle tre
guerre sannitiche (343-290 a.C.) ma anche di una politica di
relazioni commerciali. Nel 334 a.C. i romani dedussero a Cales
la prima colonia cui seguirono nel corso del IV e III secolo
Trebula, Caiatia e Cubulteria.
Nel corso del
Medio Evo la città di Capua assurge al ruolo di capoluogo
amministrativo di un vasto territorio e le città che al tempo
dei romani erano importanti centri commerciali e amministrativi
diventano sedi vescovili (Cales, Cubulteria e Caiatia). Le
scorrerie saracene tra l’VIII e il IX secolo provocarono la
distruzione di diversi centri romani come Capua, Cales e
Cubulteria, e le popolazioni superstiti fondarono nuovi villaggi
come Bellona, Dragoni, Alvignano, Calvi Risorta, Pietramelara,
Vairano, Pietravairano, Ruviano e Castel Campagnano. Esigenze di
sicurezze determinarono la necessità di dotare le città
superstiti e i nuovi villaggi di fortificazioni, recinti, torri
e castelli. I tracciati urbani antichi si adeguarono alle nuove
esigenze difensive, perdendo in regolarità per uniformarsi alla
morfologia dei siti. Anche i collegamenti viari di età romana
subirono un forte ridimensionamento, che solo in età normanna
tornano ad essere parzialmente ricostruiti. Con la dinastia
sveva, e soprattutto con la politica territoriale intrapresa da
Federico II, si assiste ad una riorganizzazione statale che
ridimensiona il potere feudale e accresce quello della
monarchia. Nei secoli successivi questo contrasto di poteri
caratterizzerà tutto il Mezzogiorno fino all’eversione della
feudalità nel 1806.
Con l’età
borbonica il Medio Volturno - come del resto l’intero
Mezzogiorno - conobbe un periodo di sensibile ripresa economica
e culturale, dopo il lungo letargo vicereale spagnolo e
austriaco.
Col nuovo
monarca Carlo III si diede avvio alla costruzione della nuova
Reggia a Caserta, così da stimolare un più equilibrato uso del
territorio e una migliore distribuzione della popolazione che da
secoli si concentrava soprattutto a Napoli. Con la creazione di
una fastosa corte, i Borbone prestarono grande attenzione
all’uso edonistico del territorio del Medio Volturno attraverso
la realizzazione di reali cacce collegate fra loro e facilmente
raggiungibili da Caserta attraverso il miglioramento della rete
viaria. Tra queste riserve, le più frequentate furono le “reali
fagianerie”, con una elegante palazzina vanvitelliana, a Piana
di Monte Verna; la “reale caccia di Monte Grande”, a ridosso del
Monte Maggiore, nei territori di Caiazzo, Castel di Sasso e
Piana di Monte Verna; la “reale caccia della Spinosa”, che si
estendeva nei territori di Alvignano e Ruviano; la “reale caccia
di Selvanova”, nei territori di Caiazzo e Castel Campagnano.
Anche la realizzazione a San Leucio dell’ambizioso progetto di
una colonia di lavoro dedita alla lavorazione della seta influì
sul paesaggio e sull’economia del Medio Volturno. I contadini
della zona presero ad allevare bachi da seta e a piantare
alberi di gelso per la loro alimentazione.
La tradizione
gastronomica del Medio Volturno è particolarmente ricca ed è
costituita da prodotti di un’economia tipicamente pastorale e
contadina. La Condotta Volturno, in proposito, si propone
innanzitutto l’acquisizione di una più adeguata conoscenza delle
tipicità agro-alimentari del territorio, ovvero di individuare
quei prodotti che possono essere definiti “tipici”, di conoscere
la loro situazione produttiva e di prendere consapevolezza di
quelle che sono le loro potenzialità di sviluppo.
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