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Su queste
terre di lava ci sono vitigni antichi, decine di varietà di
albicocche, pomodorini a piennolo, ciliegie rare e prugne quasi
scomparse.
Fino alla
disastrosa eruzione del 79 d.C., i Romani ignoravano che il
Vesuvio fosse un vulcano attivo. In compenso Strabone
sottolineava la “mirabile fertilità delle pendici della
montagna”, attribuendola a una pregressa attività vulcanica. In
effetti i terreni vesuviani sono fertili, oltre che per il clima
mediterraneo, per il drenaggio delle acque favorito dalla loro
giacitura e, soprattutto, per l’alto contenuto di potassio delle
lave. La composizione dei suoli e la particolare storia
geologica del territorio hanno avuto favorito, in particolare,
la viticoltura e la produzione di ortofrutta.
Come e più
di altre aree vulcaniche, il Vesuvio è terra di grandi vini. Da
millenni, se Marziale poteva scrivere che Bacco «amò queste
colline più di quelle native di Nisa». I vitigni sono autoctoni
- piedirosso, sciascinoso, aglianico, coda di volpe, falanghina,
greco - e se ne ricavano vini che ora possono fregiarsi della
Doc Lacryma Christi. Ma si coltiva anche una particolare uva da
tavola, la catalanesca, importata dalla Spagna intorno alla metà
del Quattrocento. È una varietà a bacca bianca molto tardiva,
che si raccoglie a ottobre-novembre e anche oltre (la si
mangiava a Capodanno, a scopo propiziatorio), con acini dalla
buccia spessa, carnosi e dolci: un tempo diffusa soprattutto a
Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano e Pollena Trocchia,
ridotta nel tempo pochi filari qua e là e destinati per lo più
al consumo familiare, ultimamente ha ritrovato impulso nella
coltivazione con l’utilizzo nella vinificazione.
Una delle
produzioni più caratteristiche dell’area del Vesuvio, come della
Costiera amalfitana, sono i pomodorini da serbo “col pizzo”,
detti anche spongilli o piénnoli (pendoli) per l’abitudine di
appenderli alle pareti o ai soffitti, riuniti in grappoli
(schiocche) legati con cordicelle di canapa. Sono piccoli
pomodori (20-25 grammi) dalla forma a ciliegia, che si
distinguono dagli ormai famosi pomodorini di Pachino per la
presenza di squadrature laterali vicino al picciolo e di una
punta, un “pizzo”, all’estremità. La buccia è spessa e
resistente, la polpa soda e compatta, povera di succo,
prosciugata dal sole che splende sui terreni aridi del vulcano.
Si seminano in marzo-aprile e maturano tra luglio e agosto
(fino a settembre resistono solo quelli su suoli irrigui), ma
l’antico procedimento di conservazione prevede che li si
raccolga a grappoli interi (schiocche) all’inizio dell’estate
per conservarli, appesi in locali ventilati, fino all’inverno o
addirittura alla primavera successiva. Così, per molti mesi, si
possono condire i pesci, le pizze e le paste della tradizione
campana con una pummarola straordinariamente saporita.
Se i
pomodorini del piénnolo sono noti quasi solo sul mercato locale,
a milioni di consumatori sarà accaduto di assaggiare le
albicocche del Vesuvio: ma senza accorgersene, perché la maggior
parte della produzione è assorbita dall’industria delle
confetture. Una fine anonima e ingloriosa per le antiche varietà
di “Crisommole” che nobilitano il panorama della frutticoltura
vesuviana: in ordine di apparizione da giugno in poi, la
Boccuccia Liscia, appiattita e allungata, agrodolce e di
dimensioni medie, e la Boccuccia Spinosa, dolce, un po’ più
grande e dalla buccia ruvida; la Baracca, di forma piatta, dal
sapore asciutto; la Vitillo, grossa, tonda e leggermente
agro-amarognola; la Carpone, piccola e poco zuccherina; la
Pellecchiella, di forma allungata e buccia sottile, considerata
la migliore per gusto e profumo. Altre cultivar presenti in
misura minore sono la Cafona, la Prete, la Monaco Bello e la
Palummella.
E poi ci
sono frutti che interessano meno l’industria e che per questo
stanno scomparendo: è il caso delle ciliegie Malizia (rosso
rubino intenso, con polpa succosa, aromatica e poco aderente al
nocciolo) e del Monte (una duracina di colore prima giallo
ambrato, poi rosso vellutato) e delle prugne di Somma (la
“Pazza” e la “Pappagona”), ma anche delle castagne, delle
nocciole, delle noci. I produttori di nocino, un liquore che sta
conoscendo una seconda giovinezza, hanno difficoltà a procurarsi
in loco la materia prima, nonostante questa sia la terra delle
noci di Sorrento, le più pregiate d’Italia.
VESUVIO:
Il gigante
addormentato, oasi di biodiversità: 906 specie botaniche tra cui
23 tipi di orchidee, 150 uccelli, e poi mammiferi rari, rettili,
anfibi e coloratissime farfalle diurne e notturne.Grosso modo
circolare, con un perimetro di circa 50 chilometri, il Parco -
8.482 ettari appartenenti a 13 Comuni dell’entroterra di Napoli
e Salerno - si estende sul complesso vulcanico attivo più
importante dell’Europa continentale.
Il
Somma-Vesuvio è un vulcano composito, costituito dal monte Somma
e dal più recente vulcano del Vesuvio, cresciuto all’interno
della caldera. Il rilievo attuale si è formato circa 35 mila
anni fa, ma l’inizio dell’attività eruttiva risalirebbe ad
almeno un milione di anni prima. Nei millenni i periodi di stasi
si sono alternati a scoppi, lanci di scorie, colate laviche e
vere e proprie eruzioni, come quella che nel 79 d.C. distrusse
Ercolano e Pompei. L’ultimo episodio eruttivo è del 1944: da
allora il vulcano pare addormentato.
Al di
sopra degli 800 metri, il cono del vulcano è un imponente
anfiteatro naturale costituito dai resti del cratere del monte
Somma, che tocca i 1132 metri con la Punta del Nasone. Al centro
svetta la cima più elevata, il Gran Cono, alta 1281 metri.
Accomunati
dalla forte antropizzazione, i territori vesuviano e sommano
sono molto diversi. L’area del Somma è più arida e assolata e la
macchia mediterranea si alterna a pinete e boschi di leccio;
l’ambiente del Vesuvio è più umido, con una vegetazione di tipo
appenninico: boschi misti di castagni, querce, ontani, aceri,
lecci e, sia pur raramente, betulle. Tra le 906 specie botaniche
censite all’interno del Parco ci sono pure 23 tipi di orchidee.
Ed è ricchissimo il mondo animale: ci sono mammiferi rari come
il topo quercino, il moscardino, la faina, la volpe. Gli uccelli
sono poco meno di 150 e tra questi nidificano nel parco la
poiana, il gheppio, lo sparviere, il falco pellegrino, l’upupa.
Il ramarro, il biacco e l’emidattilo verrucoso rappresentano i
rettili, il rospo smeraldino gli anfibi. Coloratissime farfalle
diurne e notturne frequentano le attraenti fioriture vesuviane.
I pesci del Golfo di Napoli
(dalla
canzone Lo Guarracino - anonimo 1700)
Pisce
palummo e pescatrice.
Scuorfane
cernie e alice.
Mucchie
ricciole musdee e mazzune.
Stelle aluzze e sturiune. Merluzze vongole e murene.
Capadoglie
orche e vallene.
Capitune
auglie arenghe.
Ciefale
cuocce tracene e tenghe.
Treglie
tremmole trotte e tunne.
Feche
cepolle laune e rutunne.
Purpe secce
e calamare.
Pisce spata
e stelle de mare.
Pisce
palumme e pisce martielle.
Voccadoro e
ceceni elle.
Capechiuovo
e guarracine.
Cannulicchie ostreche e angine.
Vongole
cocciole e patelle.
Piscecane e
grancetielle
Marvizze marmure e vavose.
Vope prene,
vedove e spose.
Spìnole
spuonole sierpe e sarpe.
Scauze nzuoccole o cu lli scarpe.
Scunciglie
gammere e ragoste.
Vennero
nfino cu lli poste.
Capitune saure e anguille.
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