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Prodotti:  

Pane cafone e freselle. Una fresella (pane biscottato tondo) più o meno inumidita e ricoperta di pomodorini schiacciati condita, nella sua versione più completa, con olio, un pizzico di sale, aglio, due foglie di basilico o origano: era questa la colazione di metà mattina di chi lavorava nei campi. Freselle piccole e grandi e taralli, a ciambella o anche a bastoncino, talvolta aromatizzati, sono tuttora popolari, ma il prodotto più straordinario è il semplice pane “cafone”, di farina, acqua, sale e lievito madre, a lunga conservazione. I forni dei paesi lo preparano in vari formati: la cocchia (lunga e schiacciata), la pagnotta (tonda e schiacciata), il palatone (un parallelepipedo piuttosto alto con le estremità arrotondate, del peso di un chilo-un chilo e mezzo), la palatella (da mezzo chilo).

 

 
 
   
   
   

Condotta: Costa del Vesuvio

Su queste terre di lava ci sono vitigni antichi, decine di varietà di albicocche, pomodorini a piennolo, ciliegie rare e prugne quasi scomparse.

 

Fino alla disastrosa eruzione del 79 d.C., i Romani ignoravano che il Vesuvio fosse un vulcano attivo. In compenso Strabone sottolineava la “mirabile fertilità delle pendici della montagna”, attribuendola a una pregressa attività vulcanica. In effetti i terreni vesuviani sono fertili, oltre che per il clima mediterraneo, per il drenaggio delle acque favorito dalla loro giacitura e, soprattutto, per l’alto contenuto di potassio delle lave. La composizione dei suoli e la particolare storia geologica del territorio hanno avuto favorito, in particolare, la viticoltura e la produzione di ortofrutta.

 

Come e più di altre aree vulcaniche, il Vesuvio è terra di grandi vini. Da millenni, se Marziale poteva scrivere che Bacco «amò queste colline più di quelle native di Nisa». I vitigni sono autoctoni - piedirosso, sciascinoso, aglianico, coda di volpe, falanghina,  greco - e se ne ricavano vini che ora possono fregiarsi della Doc  Lacryma Christi. Ma si coltiva anche una particolare uva da tavola, la catalanesca, importata dalla Spagna intorno alla metà del Quattrocento. È una varietà a bacca bianca molto tardiva, che si raccoglie a ottobre-novembre e anche oltre (la si mangiava a Capodanno, a scopo propiziatorio), con acini dalla buccia spessa, carnosi e dolci: un tempo diffusa soprattutto a Somma Vesuviana, Sant’Anastasia, Ottaviano e Pollena Trocchia, ridotta nel tempo pochi filari qua e là e destinati per lo più al consumo familiare, ultimamente ha ritrovato impulso nella coltivazione con l’utilizzo nella vinificazione.

 

Una delle produzioni più caratteristiche dell’area del Vesuvio, come della Costiera amalfitana, sono i pomodorini da serbo “col pizzo”, detti anche spongilli o piénnoli (pendoli) per l’abitudine di appenderli alle pareti o ai soffitti, riuniti in grappoli (schiocche) legati con cordicelle di canapa. Sono piccoli pomodori (20-25 grammi) dalla forma a ciliegia, che si distinguono dagli ormai famosi pomodorini di Pachino per la presenza di squadrature laterali vicino al picciolo e di una punta, un “pizzo”, all’estremità. La buccia è spessa e resistente, la polpa soda e compatta, povera di succo, prosciugata dal sole che splende sui terreni aridi del vulcano. Si seminano in marzo-aprile e maturano tra luglio e agosto  (fino a settembre resistono solo quelli su suoli irrigui), ma l’antico procedimento di conservazione prevede che li si raccolga a grappoli interi (schiocche) all’inizio dell’estate per conservarli, appesi in locali ventilati, fino all’inverno o addirittura alla primavera successiva. Così, per molti mesi, si possono condire i pesci, le pizze e le paste della tradizione campana con una pummarola straordinariamente saporita.

 

Se i pomodorini del piénnolo sono noti quasi solo sul mercato locale, a milioni di consumatori sarà accaduto di assaggiare le albicocche del Vesuvio: ma senza accorgersene, perché la maggior parte della produzione è assorbita dall’industria delle confetture. Una fine anonima e ingloriosa per le antiche varietà di “Crisommole” che nobilitano il panorama della frutticoltura vesuviana: in ordine di apparizione da giugno in poi, la Boccuccia Liscia, appiattita e allungata, agrodolce e di dimensioni medie, e la Boccuccia Spinosa, dolce, un po’ più grande e dalla buccia ruvida; la Baracca, di forma piatta, dal sapore asciutto; la Vitillo, grossa, tonda e leggermente agro-amarognola; la Carpone, piccola e poco zuccherina; la Pellecchiella, di forma allungata e buccia sottile, considerata la migliore per gusto e profumo. Altre cultivar presenti in misura minore sono la Cafona, la Prete, la Monaco Bello e la Palummella.

 

E poi ci sono frutti che interessano meno l’industria e che per questo stanno scomparendo: è il caso delle ciliegie Malizia (rosso rubino intenso, con polpa succosa, aromatica e poco aderente al nocciolo) e del Monte (una duracina di colore prima giallo ambrato, poi rosso vellutato) e delle prugne di Somma (la “Pazza” e la “Pappagona”), ma anche delle castagne, delle nocciole, delle noci. I produttori di nocino, un liquore che sta conoscendo una seconda giovinezza, hanno difficoltà a procurarsi in loco la materia prima, nonostante questa sia la terra delle noci di Sorrento, le più pregiate d’Italia.

 

VESUVIO:

Il gigante addormentato, oasi di biodiversità: 906 specie botaniche tra cui 23 tipi di orchidee, 150 uccelli, e poi mammiferi rari, rettili, anfibi e coloratissime farfalle diurne e notturne.Grosso modo circolare, con un perimetro di circa 50 chilometri, il Parco - 8.482 ettari appartenenti a 13 Comuni dell’entroterra di Napoli e Salerno - si estende sul complesso vulcanico attivo più importante dell’Europa continentale.

 

Il Somma-Vesuvio è un vulcano composito, costituito dal monte Somma e dal più recente vulcano del Vesuvio, cresciuto all’interno della caldera. Il rilievo attuale si è formato circa 35 mila anni fa, ma l’inizio dell’attività eruttiva risalirebbe ad almeno un milione di anni prima. Nei millenni i periodi di stasi si sono alternati a scoppi, lanci di scorie, colate laviche e vere e proprie eruzioni, come quella che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei. L’ultimo episodio eruttivo è del 1944: da allora il vulcano pare addormentato.

 

Al di sopra degli 800 metri, il cono del vulcano è un imponente anfiteatro naturale costituito dai resti del cratere del monte Somma, che tocca i 1132 metri con la Punta del Nasone. Al centro svetta la cima più elevata, il Gran Cono, alta 1281 metri.

 

Accomunati dalla forte antropizzazione, i territori vesuviano e sommano sono molto diversi. L’area del Somma è più arida e assolata e la macchia mediterranea si alterna a pinete e boschi di leccio; l’ambiente del Vesuvio è più umido, con una vegetazione di tipo appenninico: boschi misti di castagni, querce, ontani, aceri, lecci e, sia pur raramente, betulle. Tra le 906 specie botaniche censite all’interno del Parco ci sono pure 23 tipi di orchidee. Ed è ricchissimo il mondo animale: ci sono mammiferi rari come il topo quercino, il moscardino, la faina, la volpe. Gli uccelli sono poco meno di 150 e tra questi nidificano nel parco la poiana, il gheppio, lo sparviere, il falco pellegrino, l’upupa. Il ramarro, il biacco e l’emidattilo verrucoso rappresentano i rettili, il rospo smeraldino gli anfibi. Coloratissime farfalle diurne e notturne frequentano le attraenti fioriture vesuviane.

 

I pesci del Golfo di Napoli

(dalla canzone Lo Guarracino - anonimo 1700)

 

Pisce palummo e pescatrice.

Scuorfane cernie e alice.

Mucchie ricciole musdee e mazzune.
Stelle aluzze e sturiune. Merluzze vongole e murene. 

Capadoglie orche e vallene.

Capitune auglie arenghe.

Ciefale cuocce tracene e tenghe.

Treglie tremmole trotte e tunne.

Feche cepolle laune e rutunne.

Purpe secce e calamare.

Pisce spata e stelle de mare.

Pisce palumme e pisce martielle.

Voccadoro e ceceni elle.

Capechiuovo e guarracine.

Cannulicchie ostreche e angine.

Vongole cocciole e patelle.

Piscecane e grancetielle
Marvizze marmure e vavose.

Vope prene, vedove e spose.

Spìnole spuonole sierpe e sarpe.
Scauze nzuoccole o cu lli scarpe.

Scunciglie gammere e ragoste.

Vennero nfino cu lli poste.
Capitune saure e anguille.

 

 

Punti Tesseramento:

 


 

 

 













 

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